Facebook e l’antitrust tedesca non sono molto in sintonia. Una sentenza ha deciso che dovrà chiedere l’autorizzazione per l’uso dei dati

Le mura digitali hanno orecchie e ci sentono perfettamente, soprattutto se circondano alcuni social. Non ci nascondiamo dietro ad un dito, Facebook è tra questi. Ha la capacità di sapere come ti muovi, cosa ti piace e anche quello che ti piace seguire.

Che sia un business dal successo incredibile è innegabile, successo in grossa parte dovuto alla straordinaria capacita di raccogliere dati in maniera indiscriminata. Lo fa anche Google, certo, ma questo lo tratteremo in un altro post. Torniamo da Facebook. In Germania la corte di giustizia federale di Karlsruhe, una sorta di cassazione tedesca, ha dato l’ennesimo colpo a Facebook come scrive Tonia Mastrobuoni su Repubblica. Sarà costretto a chiedere il consenso ogni volta che vorrà usare le informazioni raccolte su piattaforme come Whatsapp e Instagram per profilare la pubblicità su Facebook.

La battaglia in realtà è cominciata lo scorso anno, il verdetto emesso dalla corte di Duesseldorf era stato bloccato a causa del ricorso fatto dal colosso statunitense. Ora l’antitrust ha potuto incassare la vittoria definitiva.

Una sentenza senza dubbio molto interessante, il legislatore tedesco pone sullo stesso piano due punti fondamentali sui quali si discute da tempo. Da una parte abbiamo la violazione della privacy dell’utente e dall’altra l’abuso di posizione dominante, la corte tedesca si è espressa proprio in questa maniera.

Se vengono posti dei limiti alla macchina succhia dati il panorama cambia, la targettizzazione potrebbe diventare meno efficace e questo potrebbe avere dei risvolti negativi sia per le campagne pubblicitarie che per quelle politiche. Soddisfatto il presidente dell’Antitrust, Andreas Mundt: “Se i dati vengono raccolti e sfruttati illegalmente, l’Autorità per la concorrenza dovrebbe essere messa nelle condizioni di prevenire l’abuso di posizione dominante”.

I guai ultimamente sembrano non mancare per Mark Zuckerberg, prima la rivolta dei dipendenti poi la campagna contro di un gruppo di inserzionisti ora anche la decisione della corte tedesca. Ci sono guai in paradiso.